PARTE SECONDA


LA VITA DELLA CONGREGAZIONE: LA SUA PRESENZA E SERVIZIO


67. Dallo studio statistico, elaborato da P. Bernard Rosinski, abbiamo un'idea della Congregazione in dati numerici. Essi suscitano temi e interrogativi cui rispondere, per una migliore autocomprensione della nostra vita religiosa e del nostro cammino congregazionale circa le tendenze, i valori, i nodi problematici e le sfide.

Lo sviluppo della Congregazione

68. Nella Congregazione si ha una recessione numerica progressiva a partire dal 1968. L'anno precedente, avevamo raggiunto il numero massimo di membri nella nostra storia: 3255 (2718 religiosi chierici e 537 religiosi fratelli). In questo arco di tempo ci sono state delle tregue: nel 1979 e nel 1981-1983, in cui si è verificato un leggero aumento rispetto all'anno precedente; come anche in quest'anno: siamo cresciuti di 7 membri rispetto al 1995. Ma sono fluttuazioni sporadiche, che non segnano una reale inversione di rotta o una modifica nella tendenza recessiva. Complessivamente, in questo sessennio, la Congregazione è diminuita di 99 membri.

69. Un raffronto fra i dati ci fa percepire elementi significativi, positivi e negativi, nell'interpretazione della nostra realtà. E cioè:

- In questo sessennio non sono mancate le vocazioni: basti pensare che abbiamo avuto 461 nuove professioni, il raddoppio di scolastici di voti perpetui (da 26 a 52), gli scolastici di voti temporali sono saliti di 40 unità.

- Registrano un aumento numerico 6 province: Portogallo (LU) di 34 unità, Polonia (PO) 17, Indonesia (IN) 13, Brasile Meridionale (BM) 10, Zaire (ZA) 7, Italia Meridionale (IM) 3. Tutte le altre province sono in diminuzione.

- Vale la pena notare che le quattro province di maggiore aumento (BM, IN, LU, PO) totalizzano il 38% dei membri della Congregazione, il 32% dei religiosi di voti perpetui, il 73% dei religiosi di voti temporanei ed il 57% dei novizi. Data la loro distribuzione geografica, non si può quindi dire che la Congregazione, in questo momento, stia aumentando nel sud del mondo e diminuendo al nord. Solo dobbiamo costatare che la crescita è concentrata in pochi paesi. Tuttavia una politica di sviluppo dell'Asia e dell'Africa e una maggiore attenzione alla formazione nelle altre province, potrà migliorare sensibilmente il prossimo futuro. Il più alto livello di perseveranza si trova nella LU (67%) e nella PO (56%). È più basso in IN (38%) ed in BM (29%).

70. - Il numero dei religiosi fratelli, in questo sessennio, ha accusato un calo sensibile del 16%. Accanto alle 26 professioni avute, si registra il ritiro di 7 fratelli di voti perpetui e 18 di voti temporanei. È ancora troppo presto per valutare se la Conferenza di Hales Corners sarà in grado di portare a un'inversione di rotta, in questo ambito.

- Continua a preoccupare l'elevato numero di quanti lasciano la Congregazione: 302 in questo sessennio, tra cui 69 sacerdoti, 2 diaconi e 12 religiosi di voti perpetui, il resto sono di voti temporanei. Per il 75% di essi, l'abbandono avviene prima dei 10 anni di professione e dei 35 anni di età. Ma è alto il numero di religiosi, che lasciano con più di 30 anni di vita religiosa; questo corrisponde alla generazione, che ha subito la crisi dell'immediato post-concilio. Alcune province, in questo sessennio, registrano più uscite che entrate (AU, CG, FL, GE, HI, NE, US).

- Il totale degli abbandoni oscilla annualmente, in questo sessennio, tra il 10 e il 15% del totale dei membri. È una realtà che debilita la Congregazione e di cui bisognerebbe studiare a fondo le cause. Tutte le province, soprattutto quelle in cui la perdita è palesemente sproporzionata, devono fare un serio esame sulla situazione e sulle cause di queste partenze. È una costante preoccupazione del Direttivo Generale.

71. Un altro aspetto, di cui tenere conto e che non lascia di preoccupare, è la situazione di quei religiosi, che appartengono giuridicamente all'Istituto, ma non aderiscono a un progetto congregazionale; vivono piuttosto isolati, mantenendo un rapporto molto debole o solo formale. Vari di questi confratelli sono persone valide dal punto di vista apostolico, ma circostanze complesse li hanno portati a emarginarsi dalla loro provincia. È un numero non facilmente quantificabile; ne esistono un po' ovunque, soprattutto in Europa; su di loro la Congregazione non può più contare, e ne avrebbe molto bisogno.

L'invecchiamento e l'«ars moriendi»

72. Anche se l'età media in questo sessennio sia rimasta invariata, anzi leggermente diminuita (51 anni), la Congregazione soffre un processo di invecchiamento. L'indice statistico è superiore alla media corrispondente.

Ciò è più chiaro in alcune province, dove da parecchi anni non avvengono ricambi generazionali e dove la quasi totalità dei religiosi è al di sopra dei 50 anni. Guardando realisticamente, esse devono prepararsi a chiudere i battenti, come province, almeno per ora.

L'invecchiamento si verifica anche in quelle province in cui è limitato il numero di nuove leve e ci sono grandi vuoti generazionali; si crea uno squilibrio di età. Di conseguenza, si riduce la presenza apostolica diretta, risulta difficile trovare confratelli per l'animazione e il governo, diminuisce la capacità di appello vocazionale dei giovani.

Nel suo insieme, la Congregazione denuncia una fascia di età numericamente debole tra i 35 e 55 anni, che corrisponde alla tappa della formazione avvenuta nel periodo postconciliare: periodo di crisi e di rinnovamento.

73. Gioverebbe a poco fare ora troppe analisi sul nostro invecchiamento. L'importante è vivere questo fatto in piena obbedienza allo Spirito, vivendo il nostro carisma sino alla fine. Il nostro carisma, difatti, non essendo legato direttamente ad una finalità funzionale ma a una "prospettiva spirituale" (cf. Cost. 26: "visée spirituelle"), ha molte possibilità di realizzazione anche in questa tappa. Nelle sue dimensioni di oblazione, abbandono, riparazione, adorazione, collaborazione all'opera salvifica di Cristo, senso eucaristico, ecc..., segnate sempre dall'amore, il nostro carisma può essere realizzato pienamente in tutte le età. Lo è in forma peculiare nella vecchiaia, quando la persona, raggiunta una certa maturità, si trova in condizioni particolari per essere assimilata a Cristo, come grano che muore per dare frutto.

La capacità di vivere bene questa situazione dà senso all'accettazione della morte anche per le istituzioni locali. Gestire questa realtà non è facile; è una vera "arte"; si richiede una grande qualità umana, spirituale e carismatica per rendere fecondo il momento in cui una provincia, che ha avuto un passato glorioso, si spegne.

Può essere duro, per alcune province e opere, entrare in questa mentalità; ma è una sfida ineludibile, se vorranno che la loro vita religiosa sia significativa sino alla fine.

Anche queste province, però, non devono precludere il cammino della vita, che la grazia di Dio può far sorgere insospettatamente nella loro anzianità, come fu per Sara (cf. Gen 18,9-14) diventata, in vecchiaia, madre di tante generazioni (cf. Lettera 14.03.97, Prot. 20/97).

In questi casi bisogna saper accogliere i candidati e formarli in altre province.

74. Questo "passaggio" di età deve essere curato spiritualmente. Bisogna affrontare anche tanti altri aspetti pratici, da prevedere a tempo. Tra essi: l'assistenza alla vecchiaia, la salute, la pensione, l'amministrazione dei beni, i contatti con le altre province, la capacità di accompagnare con serenità gli eventi del mondo, la realtà della Chiesa, la vita SCJ che continua altrove, ecc... Alcune province lo stanno facendo con buoni risultati e con serenità, dimostrando nella loro anzianità un'eccellente vitalità e spirito di fede.

Spostamento congregazionale

75. Nella Congregazione stanno avvenendo vari cambiamenti. Il più significativo è un certo spostamento geografico, sociale e culturale. Si tratta di un lento movimento verso l'est europeo e verso il sud del mondo, verso i paesi più poveri e di nuove culture. Questo spostamento si verifica non semplicemente come fatto esterno geografico, ma più profondamente come modifica culturale della stessa Congregazione, nella misura in cui essa comincia a vivere, a pensare, ad esprimersi e ad essere condizionata da nuove realtà; condizionata dalla presenza e dal protagonismo di religiosi, i cui mezzi e stile di vita si allontanano, per idiosincrasia, dallo schema occidentale.

La Congregazione sta acquistando un nuovo volto; è necessario che ciò avvenga, perché essa si arricchisca di maggiore vitalità. Fino ad adesso siamo stati prevalentemente occidentali. Anche fuori dall'Europa, in America del sud e del nord, ci siamo sviluppati in un ambiente culturale piuttosto europeo-occidentale. Il carisma, che per natura sua ha una dimensione universale, si impoverisce ed esaurisce quando rimane chiuso in un solo modello culturale. Ora incomincia a prendere corpo una presenza asiatica e africana, che, Dio volendo, potrà crescere nei prossimi anni. Anche in America latina si sta producendo un mutamento interno con l'ingresso di vocazioni più autoctone.

Ciò costituisce una sfida e un arricchimento, da saper accogliere. Esige, da parte nostra, una conversione capace di cedere spazio e protagonismo a questi confratelli e alle loro espressioni culturali. Bisogna essere disposti a modificare i quadri di governo ed i rapporti fra le culture. Bisogna valorizzare i nuovi simboli e le forme di esprimere la spiritualità.

76. Le nuove presenze nel sud e nell'est, ed il loro sviluppo, pongono alla Congregazione alcune urgenze:

- programmare, per i prossimi anni, un'adeguato sostegno di personale, perché conseguano al più presto ad avvalersi delle proprie forze locali;

- curare la formazione perché i giovani religiosi acquistino maturità e autonomia capaci di sostenere con fortezza l'eredità dehoniana;

- assicurare i mezzi economici e le strutture necessarie perché queste province gestiscano la vita ordinaria, in forma autonoma.

Nuove Province e Regioni

77. In questo sessennio la Congregazione ha realizzato alcune nuove presenze; il Direttivo Generale ha eretto giuridicamente 3 Province e 3 Regioni.

Le nuove presenze sono avvenute in:

- Albania, ad opera della Provincia IM;

- Slovacchia, ad opera della Provincia PO d'intesa con la Provincia FL. PO aveva iniziato, alla fine del sessennio precedente, una presenza apostolica in Bielorussia e Moldavia, in risposta a richieste delle Chiese locali. Tale presenza tende a crescere, definendo meglio il servizio specifico SCJ. La Provincia PO prevede anche una fondazione in Ucraina, per ragioni strategiche di sicurezza, di futuro e di vicinanza alla Moldavia, oltre che per le normali ragioni apostoliche.

- India, per iniziativa del Governo Generale con la collaborazione internazionale.

- La Provincia HI sta considerando la possibilità di iniziare una sua presenza in Ecuador.

- La presenza in Lituania, avviata dal Governo Generale, è durata solo 13 mesi per le cause che conoscete.

78. Le nuove Province create sono: Chile (19.12.91), smembrata dalla Provincia NE; Africa Meridionale (28.11.94) dalla fusione delle Regioni di Aliwal North e di De Aar, legate rispettivamente alle Province GE e US; Camerun (30.11.95), fino allora Regione della GA e con una significativa presenza internazionale.

Le Regioni sorte sono: Maranhão (18.11.91) e Regione Brasiliana Meridionale (08.10.94), come parti della Provincia BM; la Regione Austro-Croata (27.12.1995), dipendente dalla Provincia GE e frutto della collaborazione di questa con la PO.

Queste 6 nuove realtà, giuridicamente configurate, non sono state frutto di improvvisazione. Il loro processo è venuto dal loro stesso interno, guidato dalle Province Madri e dal Governo Generale, che ne ha fissato i criteri. Per tutte si è avuto un lungo cammino, spesso di vari anni, iniziato nella maggioranza dei casi già durante la precedente Amministrazione Generale.

79. Il principio generale, che ci ha guidati, fu quello di favorire la vita autoctona di queste parti della Congregazione. La forma e i criteri seguiti sono quelli indicati al n. 119 della nostra Regola di Vita (Costituzioni e Direttorio Generale); e cioè:

- un territorio maturo per un governo e un'amministrazione propri;

- con delle opere e strutture che possono garantire un'evoluzione in maniera autonoma;

- con un progetto apostolico abbastanza definito;

- ed una speranza consistente di uno sviluppo vocazionale locale.

Per garantire un sostegno economico ragionevole, in vista dell'autosufficienza nella vita ordinaria, si è richiesto alle Province Madri di provvedere alla costituzione di un adeguato patrimonio o fondo di avvio, e continuare inoltre con un aiuto regolare durante i primi anni.

In Africa del Sud si è giunti anche a un contratto di aiuto in personale da parte della Provincia PO per alcuni anni. In altri casi, ciò non lo si può esigere dalle Province Madri, perché carenti di vocazioni; anzi, questo è stato un fattore che ha influito nell'affrettare l'autonomia locale.

80. Queste realtà (Province e Regioni), in termini numerici, nascono abbastanza deboli e prive di mezzi economici (povere); tuttavia nascono con molta speranza di futuro, con una coscienza chiara della nostra identità religiosa ed il desiderio di avere, all'interno delle chiese locali, un ruolo specifico secondo il nostro carisma SCJ. Dipenderà ora da loro, fare scelte opportune e prioritarie, coscienti delle forze che hanno.

81. Un altro evento significativo, nell'ordine giuridico e pratico, è il passaggio della Regione Finlandese dalla Provincia NE alla Provincia PO, avvenuto il 10 gennaio scorso, ai 90 anni della nostra presenza in Finlandia.

Altre Regioni, Mozambico e Venezuela, stanno muovendo i passi per diventare provincia. Il metodo è di aiutarle, perché ciò avvenga come frutto di una maturazione interna corresponsabile.

Le presenze in Madagascar, Filippine ed India configurano una realtà comunitaria, non descritta né inquadrabile in nessuna nostra figura giuridica attualmente esistente. Possono considerarsi delle comunità territoriali (o speciali, come a volte diciamo, per non confonderle con le comunità locali). Madagascar dipende dalle Province IM e LU. Hanno stabilito una collaborazione abbastanza forte nella formazione, con una figura intermedia di animazione e di governo, in vista del futuro sviluppo come Regione o Provincia. Filippine e India mantengono una dipendenza diretta dalla Curia Generale, in attesa di ulteriore definizione. Intanto, sostenute dalla collaborazione internazionale, servono le Chiese locali, cercando il loro futuro sul posto.

82. Va notato che le nostre 22 province, per quanto riguarda il numero dei membri, sono molto disparate fra loro: 8 province superano i 100 membri; 6 si trovano tra le 50 e le 100 unità; 8 sono al di sotto di 50. Di queste ultime, 4 province hanno addirittura meno di 30 membri. Siamo, perciò, una Congregazione di piccole province. Ciò implica una scelta più mirata nelle priorità e una forma di conduzione più attenta, per evitare un'eccessiva burocrazia e la dispersione delle forze. È una sfida su cui riflettere accuratamente, se vogliamo avere futuro.

Missioni e spirito missionario

83. Pur non essendo un Istituto specificamente missionario come altri, il nostro Fondatore ci ha impresso uno spirito missionario che è stato sempre vivo in noi e continua a stimolare positivamente i membri della Congregazione.

Si tratta di una grazia e di un servizio costante nella nostra storia fin dal 1888, quando P. Dehon inviò i suoi primi religiosi in Ecuador, continua poi nello Zaire da 100 anni, nelle altre missioni africane, in Indonesia, in America (sud e nord) e nella stessa Europa.

Una nostra caratteristica è stata quella di andare in posti bisognosi, difficili, non desiderabili da altri..., dove la Chiesa ci inviò. Andare con un senso di gratuità e generosità, dove si è rischiato e anche pagato con la propria vita (il "martirio", le infermità, la morte prematura e tanti disagi). In questo non siamo in realtà diversi da tante altre Congregazioni, ma di proprio c'è, secondo la mente del Fondatore, una scelta e accettazione cosciente. Prova di questo lo è oggi lo Zaire, con la sua travagliata storia dei nostri giorni; le Filippine, con le sue permanenti sfide della povertà e del dialogo con i musulmani; il Mozambico, con la sua recente esperienza di marxismo e di guerra; l'Albania, con la lotta di un popolo alla ricerca di una sua identità; il Sudafrica, con le situazioni di minoranza e di aridità; Bielorussia e Moldavia, con il nostro totale servizio alle Chiese locali; ecc....

84. I 100 anni di servizio nello Zaire, l'evoluzione nel concetto teologico e pastorale della missione, tante nuove situazioni del mondo, i limiti e le possibilità che riguardano la Congregazione oggi... dovrebbero spingerci a una seria riflessione congregazionale sulla nostra "politica missionaria oggi". Siamo arrivati al punto in cui si richiede una verifica del nostro cammino ed una nuova proiezione di esso. C'è da accompagnare la trasformazione in atto, rivedendo il nostro concetto di missione, i nostri metodi di evangelizzazione, il nostro stile di presenza, il nostro inserimento culturale, l'utilizzo dei mezzi a nostra disposizione, le nostre scelte concrete sul luogo.

85. In questo sessennio più volte, sia nel Direttivo Generale come nelle Province e Regioni, abbiamo dialogato su alcuni criteri, che richiedono un maggiore approfondimento e sperimentazione:

- impostare la nostra presenza missionaria con personale numericamente ridotto ma con un'attività apostolicamente più qualificata, tenendo conto delle nostre possibilità e limiti;

- le Province impegnate garantiscano, per un periodo determinato, il ricambio necessario del personale;

- si garantiscano presenze missionarie in grado di vivere la comunione scj in comunità con una continuità di progetto;

- si cerchi il futuro sul posto: sia per le persone che per i mezzi economici. L'ideale è che i missionari si adeguino alla cultura e al ritmo locali; cedano al più presto i ruoli di conduzione e di protagonismo, scegliendo di divenire servitori e collaboratori di una Chiesa locale sempre più autonoma, autoctona e adulta. Protrarre troppo la consegna dei ruoli direttivi fa male alla Chiesa e arresta l'inculturazione del missionario stesso;

- i missionari, prima di inserirsi in nuove realtà, conseguano una adeguata preparazione possibilmente in un paese neutro, dove avere il primo impatto con le diversità culturali.

86. Cresce un po' in tutti gli SCJ la valutazione positiva delle missioni, aperte alla collaborazione internazionale. Senza nascondere le difficoltà di armonizzare culture diverse, dobbiamo ritenere positive, finora, le esperienze che avvengono in India, Filippine, Zaire, Sudafrica, Camerun, ecc..

Senza voler diminuire o togliere la possibilità a ogni provincia di aprire nuove fondazioni, crediamo importante che queste sorgano aperte alla collaborazione internazionale, d'intesa con il resto della Congregazione, attraverso un discernimento comune.

87. Sta avvenendo, in Congregazione, una certa sensibilizzazione missionaria, che tocca tutte le Province. Un esempio chiaro viene offerto dal Camerun e dal Brasile del Nord, che hanno compiuto un primo invio al di fuori delle loro frontiere. Qualcosa di simile è avvenuto anche in Cile all'interno del proprio paese. La missionarietà è una nota essenziale di tutta la Chiesa e deve essere promossa e vissuta in tutta la Congregazione. L'invio al di là delle proprie frontiere è avvenuto storicamente in molte realtà SCJ, già al loro inizio: per esempio il primo religioso polacco è stato inviato in Camerun; lo stesso è accaduto con il primo fratello italiano; ecc...

Ciò sta a significare che l'invio missionario non può essere ristretto alle sole grandi province; deve entrare nel bilancio preventivo di tutte le nostre province e regioni, secondo le loro possibilità. Non può essere solo una conseguenza dell'eccedenza dei membri, né una decisione incauta che dimentica di fare i conti con la realtà. Deve essere un gesto cosciente di comunione e corresponsabilità con tutta la Chiesa. Le province troppo chiuse sulla propria realtà fanno un cattivo servizio a loro stesse.

88. Lo spirito missionario non consiste solo nell'invio oltre frontiera. È una forma di sentire l'Evangelizzazione e di impegnarsi nella testimonianza ed annuncio della Buona Novella ovunque. È compito dei Segretari di animazione missionaria, provinciali e regionali, stimolare questo spirito.

In Congregazione si fa già molto; precisando meglio la "politica missionaria", oggi si può fare di più. L'esperienza dell'India dimostra che perfino le province anziane e le persone mature sono capaci e necessarie per nuovi progetti esigenti di missione, proporzionati alle loro possibilità. Si dovrebbe favorire di più la mobilità missionaria nelle province con molto personale, dove si rischia di essere sottoccupati o con funzioni poco motivanti

L'impegno sociale

89. Continua a crescere la sensibilità per il sociale; esso è visto come componente della nostra spiritualità riparatrice, come attività apostolica caratterizzante e come elemento essenziale dell'Evangelizzazione. Si rafforza la convinzione di ricondurre a una unità di vita la dimensione mistica e la dimensione sociale del nostro carisma, così come fece personalmente P. Dehon. È diminuita, a nostro avviso, quella dicotomia che separa o contrappone questi due aspetti. Ha influito in ciò un discorso coerente ed insistente, che si sta facendo in Congregazione da parecchi anni.

Molte sono le iniziative e gli impegni esistenti in tutte le Province e Regioni. In certi paesi abbiamo, come in passato, opere significative che danno nome e specificano l'identità locale di una provincia o regione. Abbiamo anche delle personalità caratteristiche per il loro coraggio, creatività ed impegno in questo campo.

90. Tuttavia come Istituto (provincia o regione) potremmo e dovremmo fare di più, soprattutto accentuando la sfida di alcune povertà moderne che ci interpellano. Con uno sguardo d'insieme sulla Congregazione, possiamo dire che, in questo campo, non facciamo più di altri religiosi, di sacerdoti e di laici. Tutti conosciamo tante iniziative esistenti un po' ovunque; ma noi abbiamo la spinta di un carisma che dobbiamo far fruttificare, come persone e come istituzione.

Ci manca in molti paesi un'opera significativa, gestita comunitariamente e con una tradizione di servizio, che esprima il volto dehoniano-sociale della provincia o regione. Si ha l'impressione che si temono opere che richiedono un'impegno costante, continuato e poco gratificante, dove anche si esige una adeguata preparazione.

C'è anche l'impressione che i "profeti" non hanno molto spazio fra noi; o essi non riescono a coinvolgere corresponsabilmente i loro confratelli nel cambiamento delle strutture.

91. Risulta però sempre più chiaro che i candidati dehoniani e i giovani religiosi devono essere formati all'impegno sociale. Nel discernimento vocazionale e formativo, l'attitudine per il sociale diventa un elemento decisivo; esso è entrato nelle Ratio Formationis.

92. C'è stima per l'insegnamento sociale della Chiesa. Si riconosce che ci dobbiamo impegnare, come il P. Fondatore, sulla formazione dei chierici, dei religiosi e dei laici. Va crescendo una certa coscienza critica nel valutare la realtà economica, politica e sociale attuale; ma c'è ancora molta strada da fare. La Commissione di Giustizia e Pace, a più riprese, ha proposto temi ineludibili alla nostra riflessione: ad esempio il neo-liberalismo, la prassi attuale di globalizzazione, l'uso del denaro e le modalità di investimenti, la difesa della vita umana, il diritto dell'emigrante, i problemi connessi alla cultura della pace, ecc... Temi che devono orientare i nostri giudizi sulla realtà in cui viviamo o quando si devono operare scelte apostoliche.

In genere esiste una buona accoglienza dei poveri, c'è una buona presenza in mezzo a loro con le nostre opere apostoliche, soprattutto nel Terzo mondo. Dovremmo legare di più il nostro nome ed il nostro apostolato a opere specifiche in questo campo. Dovremmo formare degli specialisti sulla Dottrina Sociale della Chiesa e destinarli per questo servizio, promuovendo comunione e collaborazione internazionali.

Priorità della Formazione

93. La Formazione, iniziale e permanente, è stata proposta come priorità numero uno, in questo sessennio. Quest'insistenza, in genere, è stata accolta con serietà; ne stiamo cogliendo i frutti in un maggiore indice di perseveranza e di maturità nei nostri giovani religiosi. Ciò avviene soprattutto in quelle Province e Regioni che hanno saputo preparare i formatori, e dove questi si dedicano generosamente a questo servizio.

Ormai è più chiara la coscienza, anche se purtroppo non ancora in tutti gli scj, che i formatori non si possono improvvisare; che non basta l'esperienza personale. Si avverte sempre di più il bisogno di un approfondimento e della sistematizzazione dei contenuti (umani, religiosi e dehoniani) da trasmettere pedagogicamente.

94. Ciò nonostante, rimangono punti non ancora ben assimilati; li vorremmo segnalare qui di seguito:

- L'utilità di un'esperienza internazionale di Congregazione, per i formatori, perché si confrontino con l'esperienza dell'Istituto nella ricerca di linee più consistenti di formazione .

- L'inadeguatezza di formare isolatamente uno o due candidati o di formarli in comunità non SCJ. A breve scadenza o a lungo termine, ciò si dimostra negativo e comporta difficili soluzioni successive. Questi candidati, è meglio formarli in altre province e regioni, relativizzando l'eccessivo peso che si attribuisce alla cultura d'origine.

- La necessità di rivedere senza angustie, ma profondamente, il processo formativo della propria provincia o regione, quando in essa si rileva un indice elevato di uscite. È chiaro che non tutto dipende dalla formazione, ma quando le defezioni sono molte non si può non esaminare la formazione e l'impostazione generale.

- Dare la dovuta importanza ai titoli di studio e alla specializzazione. Non è una buona politica contentarsi del minimo studio indispensabile o di una preparazione generica.

Questi sono i problemi aperti sulla formazione iniziale; denotano una politica formativa non sufficientemente definita o non scelta come debita priorità.

95. Sta crescendo l'interesse e la coscienza per la FORMAZIONE PERMANENTE.

Alcune province e regioni, la favoriscono e la programmano per i membri che la richiedono. Altre hanno fissato scadenze periodiche per dare possibilità di partecipazione a tutti. Si costata una buona disponibilità per fare dei corsi o per prendersi un tempo sabbatico.

Si ritrovano, tuttavia, dei confratelli poco motivati ad aggiornarsi; che rimangono al margine del cammino attuale della teologia, della spiritualità e del rinnovamento pastorale. Non sono pochi i religiosi che, da parecchi anni, non fanno un corso di esercizi spirituali. Non mancano alcuni confratelli, molto zelanti, ma presi da un pragmatismo apostolico, che ritengono perso, o non bene impiegato, il tempo dedicato alla lettura e allo studio.

Bisognerebbe quindi focalizzare di più la FP in rapporto alla vita e alle sfide quotidiane, per rispondervi con i mezzi abituali della preghiera, la meditazione, la lettura, lo studio, il dialogo fraterno in comunità sui fatti quotidiani, l'utilizzo di certi spazi e di possibilità culturali a portata di mano, l'analisi critica di certe esperienze di vita, ecc...

Non sarebbe fuori posto curare di più la biblioteca e l'abbonamento a certe riviste particolarmente formative. In alcune province e regioni, costatiamo con simpatia la creazione di una biblioteca ed ambienti appropriati, di solito nella casa centrale, al servizio di tutti i confratelli.

Sta ai superiori stimolare la coscienza della necessità e bontà della FP, procurando occasioni perché sia fatta. Il pericolo di impoverimento e svuotamento spirituale e culturale è grande; soprattutto, se manca un tempo giornaliero per se stessi e per preparare il messaggio che accompagna il proprio ministero.

Impegno apostolico

96. La Congregazione ha una coscienza viva di essere un Istituto Apostolico, impegnato sin dall'inizio nell'Evangelizzazione con molteplici forme di presenza e di servizio.

Ovunque ci caratterizziamo per un buon inserimento nelle Chiese locali, di cui siamo membra attive e fortemente impegnate nella pastorale, secondo i piani e gli orientamenti diocesani. C'è comunione con i Vescovi; in molti casi vi è anche un affiatamento e collaborazione stretta, basati sul dialogo e sulla stima reciproci. Ci sono alcune eccezioni, ma originate in genere da problematiche più ampie e non strettamente legate ai nostri religiosi.

Il riferimento alla Chiesa universale, al Papa e al Magistero è rispettoso e sereno più che in passato. Si svolge su un piano di fede e di comunione ecclesiale. Le relazioni e la collaborazione con il clero diocesano, con gli altri membri della vita consacrata e con i laici sono, in genere, buone. Si partecipa e collabora normalmente negli organismi nazionali, diocesani e di vita religiosa.

Si lavoro con molta generosità e disponibilità. Anche molti anziani svolgono ancora delle attività con entusiasmo e vitalità.

Si soffrono molto le incertezze del tempo presente, caratterizzato da cambiamenti rapidi e da tante sfide senza risposta. Si sente il peso di alcune questioni, soprattutto nell'ambito della conduzione della Chiesa e della pastorale morale, non ancora adeguatamente affrontate. Prevale un forte timore di centralismo, di ritorno a posizioni conservatrici, di involuzioni di diverso genere: un po' in tutti gli ambiti ed in tutto il mondo. Si sente quindi la sfida della fedeltà all'«oggi di Dio» e al suo Vangelo, difficile da coniugare con tante realizzazioni attuali imbevute dal secolarismo.

97. Le nostre presenze apostoliche si trovano di più nel ceto sociale medio; siamo quasi assenti dai ceti alti e dai centri di potere. È significativa la presenza della Congregazione presso i poveri e al loro servizio con diversi ministeri.

Abbiamo alcune opere qualificate nel campo della cultura e della formazione (Seminari, Scuole a tutti i livelli, Centri Editoriali, presenza nei MCS), negli organismi nazionali degli Episcopati e delle Diocesi, in alcuni settori sociali e di evangelizzazione. Ma in buona parte siamo addetti alla pastorale ordinaria e generica, dove le nostre opere non si distinguono dalle altre, né offrono qualcosa di caratteristico secondo il nostro spirito.

98. Cresce però l'interrogativo nelle province e regioni per specificare carismaticamente le nostre presenze e servizi nelle Chiese locali. Aiuta in questo senso la definizione di un Progetto Provinciale; difatti, dove c'è un progetto con scelte apostoliche più coerenti con il nostro spirito, anche il volto della Congregazione diventa più chiaro ed attraente in quei luoghi.

All'interno della Chiesa, noi ci identifichiamo per il nostro spirito, spesso manifestato nell'accentuazione di certi valori, che traducono la "cultura del Cuore di Cristo", e per certe opere caratteristiche nella linea dell'eredità ricevuta da P. Dehon (cf. Cost. 30-31). Ciò è avvenuto in passato nella storia di molte province; la loro identità si è poggiata su una spiritualità e su opere apostoliche caratteristiche. È necessario che ciò avvenga di nuovo oggi, per riacquistare senso e significato nel popolo di Dio e nel mondo.

La mancanza di un progetto apostolico e di opere specifiche stanno alla base della genericità e della dispersione di forze, avvenute in alcune province, proprio nel momento del rinnovamento e del cambiamento della vita religiosa operati dal Concilio.

Luci e ombre nel vissuto della vita religiosa dehoniana

99. Vorremmo ora esprimervi come abbiamo percepito, in Congregazione, il vissuto del suo essere religioso e dehoniano. La vita religiosa nella Congregazione è un fenomeno complesso di non facile lettura. È impossibile fare una sintesi che rispecchi totalmente la sua realtà. Ogni provincia e regione, e spesso anche ogni comunità, hanno una loro caratteristica propria con elementi comuni e con aspetti impossibili da ridurre a schema unico. Influiscono in esse non solo le differenze culturali, sociali ed ecclesiali, ma anche fattori esterni più ampi come il secolarismo, il materialismo, l'individualismo, i conflitti socio-politici, ecc... che in una maniera o nell'altra modificano la realtà storica e circostante, e penetrano i tessuti della vita religiosa. Tuttavia possiamo dare una panoramica generale mettendo in evidenza luci e ombre, come elementi su cui confrontarci.

1. Le luci

100. In genere possiamo dire di vivere un momento di grazia, in crescita da vari anni; cioè da quando, come Congregazione, abbiamo accolto l'invito del Concilio Vaticano II ad avviarci per il cammino di rinnovamento assieme a tutta la Chiesa. Noi pure abbiamo avuto una crisi, che ci ha riportato delle ferite e ha lasciato le sue tracce. Ma la Congregazione ha fatto una grande esperienza di Dio ed una nuova riscoperta di se stessa e della sua missione.

- Essa ha approfondito la sua missione, maggiormente integrata nella Chiesa locale e nella Chiesa universale. Oggi è sempre più chiaro a tutti che dobbiamo collocarci all'interno della Chiesa a livello di CARISMA, e non solo per condividere la pastorale ed aiutare le forze locali in difficoltà.

- Avviene una crescita di Identità con un taglio molto diverso dal tempo pre-conciliare. Non si tratta di una particolarità, motivo di considerazioni trionfaliste; la si vive come un ministero svolto in comunione con il Popolo di Dio. I valori dehoniani danno contenuto e forma alla nostra esperienza di Dio e alla nostra missione.

- È chiara la nostra configurazione come Istituto Apostolico, motivato da una grande "Prospettiva Spirituale" e non da necessità particolari o da attività emergenti, particolarmente attento alle sfide del mondo. Di conseguenza è forte in tutta la Congregazione un certo inserimento nel mondo ed uno stile di vicinanza alla gente. Ciò spiega la sensibilità sociale e la disponibilità per l'evangelizzazione poggiata sulla nostra lettura specifica del mistero di Cristo (cf. Cost. 16).

- Si riafferma sempre di più l'importanza della nostra vita comunitaria. Si sente dire spesso tra noi: "siamo religiosi missionari, e non viceversa". Molte province, regioni e comunità, non senza fatica, hanno progettato un programma di vita, dove si definiscono i segni essenziali di comunione che non devono mancare tra gli SCJ. Abbiamo in Congregazione delle belle fraternità, dove si vive e si condivide la vocazione e la missione comuni, con grande rispetto per le persone.

- Parte dell'Istituto è sotto l'impatto del nuovo fenomeno della "Famiglia Dehoniana". Il nostro carisma e la nostra spiritualità hanno superato gli ambiti della Congregazione per ispirare la vita cristiana di altre persone, consacrate e laiche. Esse, come noi, partecipano della stessa "Prospettiva Spirituale di P. Dehon", realizzandola in vocazioni e stati di vita diversi, in modo autonomo ma in comunione con noi.

Questi grandi parametri, nella Congregazione, si sviluppano in tanti dettagli significativi, nei quali non vogliamo entrare; ma essi toccano la vita quotidiana, personale, comunitaria, istituzionale, ecclesiale, apostolica, ecc..., degli SCJ. Possiamo dire che, in genere, questi valori di vita religiosa dehoniana stanno ottenendo una crescente adesione da parte dei nostri confratelli. Ciò avviene non senza incoerenze, tentazione e crisi..., ma cresce la convinzione ed il buono spirito.

101. Per quanto possiamo costatare, la "Visione o Prospettiva Spirituale", ereditata da P. Dehon (cf. Cost. 26.16), si esprime particolarmente così:

- I valori dehoniani più sentiti e facilmente identificabili, e spesso invocati da tutti, sembrano essere: lo spirito di oblazione, di disponibilità e di abbandono, riportati sotto la spiritualità dell'Ecce Venio e dell'Ecce Ancilla. Valori che si sviluppano in un clima di intimità con Cristo.

- Sono frequenti e chiare le accentuazioni o insistenze pastorali sull'amore di Dio, la misericordia, la compassione, la solidarietà, il servizio della riconciliazione, l'accoglienza. Un cuore come quello di Gesù, si vuole che sia alla base del nostro Sint Unum e dei nostri rapporti ministeriali.

- Si sta recuperando sempre di più la dimensione sociale del carisma. È vista in maggiore sintonia con la dimensione mistica, insistendo nell'unità di vita che caratterizzò P. Dehon. Alla sua luce si riscopre un nuovo senso della riparazione, soprattutto a partire dalla Conferenza di Brusque.

- La riparazione, come atteggiamento spirituale di accoglienza dello Spirito, di cooperazione all'opera redentrice di Cristo, di ricostruzione dell'umanità... nell'offerta delle proprie sofferenze in comunione con le sofferenze di Cristo e per servire il Vangelo (cf. Cost. 23-25), è sentita più fortemente dagli anziani. Per molti di essi, già verso il tramonto della loro vita, costituisce a volte il motivo dominante. È invece un elemento di spiritualità difficile da proporre adeguatamente ai giovani.

- L'adorazione eucaristica continua il cammino di recupero nella Congregazione, anche se con modalità diverse. In certe comunità apostoliche, soprattutto del Terzo mondo, è divenuta il momento di preghiera comune più forte, che dà l'avvio alla giornata di lavoro. In molti posti coinvolge anche i laici.

- La Congregazione è sentita come un'opera di Dio, come la sentiva P. Dehon. Ciò senza trionfalismi e senza nascondere la realtà di povertà e di debolezza che ci trasciniamo, pur sapendo di avere una "così bella vocazione", come diceva lo stesso P. Dehon.

2. Le ombre o nodi problematici

102. Il nostro è sempre un cammino di pellegrini. Procediamo verso un ideale tanto alto, che la grazia di Dio ci fa apprezzare e ci aiuta a vivere, con non poche incoerenze.

Vorremmo identificare alcuni nodi problematici, su cui aprire gli occhi, e proporre alcune scelte di vita e di governo. A nostro modo di vedere, questi nodi indicano la continuità di una crisi della vita religiosa non del tutto superata; domandano un rinnovamento più mirato e profondo. Alcune realtà, che denunciamo, hanno radici lontane e vecchie, in eventi storici che hanno marcato l'istituzione e le persone.

103. Ecco schematicamente un'analisi:

1. Il momento di verifica della vita religiosa è coinciso con i cambiamenti epocali nella nostra società, che hanno prodotto la caduta di molti punti di riferimento. Come conseguenza, più che il rinnovamento, spesso si è cercato un accomodamento o ammodernamento della vita religiosa: cosa che non ha riportato i frutti sperati dal Concilio. Ancor oggi ci rimane la sfida di essere fedeli ai segni dei tempi, ma nella dinamica evangelica di un sequela radicale del Signore. Se questa radicalità evangelica non è ben visibile nello stile di vita, negli atteggiamenti del cuore, nelle scelte apostoliche e nei segni concreti..., la nostra vita religiosa perde efficacia e attrattiva. Esiste il rischio di essere sopraffatti dal secolarismo, dal consumismo e dalla visione globalizzante del neoliberalismo, oggi imperanti.

2. Caduti gli antichi segni e simboli, che esprimevano la nostra spiritualità e non venendo sostituiti in forme adeguate e aggiornate, si è operata una certa privatizzazione della vita religiosa. Cioè le esperienze e i contenuti di fede, per molti religiosi, sono stati confinati nella sfera personale privata. Questo fenomeno debilita molto la vita religiosa, la porta sull'orlo della inefficacia e della morte. La vita religiosa è esperienza "comunitaria" di Dio. Richiede attenzione il fatto che dei religiosi, pur avendo una spiritualità personale, non pregano in comune; che in certe comunità ci si limiti a una preghiera fredda e formale, a una liturgia poco creativa, alla poca condivisione della propria vita.

3. Accanto a una giusta umanizzazione della vita religiosa e al superamento di rigidi schemi comunitari, si è sviluppato molto l'individualismo, inteso come esagerata ricerca di realizzazione personale a scapito di un progetto comunitario al servizio del Regno. L'individualismo, molto forte nella cultura occidentale, è un grosso ostacolo alla disponibilità e alla partecipazione corresponsabile di tutti nella missione comune.

4. La dispersione di molte forze con l'isolamento di troppi tanti confratelli, che da anni vivono da soli al di fuori del Progetto Provinciale. Molti di essi sono persone valide, ma mantengono con la Congregazione solo rapporti formali. A volte c'è un'adesione affettiva, ma non giunge a reinserire la persona in un progetto comunitario. Questo fatto è avvenuto in due momenti storici: quando si chiusero i seminari e quando molte persone rientrarono dalle missioni. In quei momenti è mancata la proposta di scelte provinciali, favorendo la ricerca di apostolati individuali, con conseguente dispersione delle forze. Questi fatti meriterebbero di essere riconsiderati, perché hanno contribuito in parte alla dissoluzione di certe province che, per mancanza di progetto, hanno perso persone valide, non più recuperate.

5. La nostra spiritualità è bella, ma difficile; non tutti riescono a farne una sintesi personale. Essa ha subito una riformulazione teologica, ma deve essere costantemente tradotta in un linguaggio più comprensibile, in segni ed espressioni più attuali, in scelte coerenti e significative, in un itinerario spirituale più organico. C'è la testimonianza della nostra vita, ma spesso è insufficiente. Abbiamo bisogno di maestri e direttori di spirito, i quali la sappiano proporre in forma sistematica ed equilibrata in fedeltà al carisma del Fondatore e ai Segni dei tempi: ciò non sempre avviene. Succede allora che dei religiosi, la cui identità è debole e la cui spiritualità di riferimento non è dehoniana, ricorrano ad altre spiritualità. Si verifica il cosiddetto fenomeno della doppia appartenenza. Questo crea una divisione interiore nella persona, un allontanamento psicologico e spirituale dall'Istituto, sul piano della spiritualità e sul piano della missione. In questo sessennio abbiamo registrato vari casi del genere.

6. La genericità apostolica, di cui già abbiamo parlato, costituisce un'altra ombra. Lo spirito ha bisogno di un corpo; la spiritualità deve esprimersi in scelte coerenti e significative. Il nostro contributo alla Chiesa locale e universale è più significativo per il poco che si opera secondo la nostra specificità, che non per il molto che si fa nella genericità e nell'atipicità.

7. Una certa mancanza di governo: è più facile coordinare e delegare che assumere un servizio di animazione, di comunione e di governo. Non si può tornare a modelli autoritari, ormai sorpassati e dannosi alla vita religiosa fraterna. Ma ci vuole un'autorità, a tutti i livelli (Generale, Provinciale, Regionale, Territoriale, Locale), al servizio della fraternità e capace di collegare la Parola di Dio "alle singole situazioni, secondo lo spirito dell'Istituto", "operatrice di unità" e "che sa prendere la decisione finale e ne assicura l'esecuzione" (VFC 48-50).

Nel nostro Istituto, le ombre accennate sono realtà parziali e circoscritte, che devono fungere positivamente da campanelli di allarme per svegliare la nostra attenzione su aspetti, che ci interpellano e domandano un nostro intervento o una nostra presenza più adeguata.